#Quattrocentoduegiorni

 

Non è stata una canzone. Una di quelle che ci mandavamo per sbrigarci, che incaricavamo di rappresentarci vicendevolmente la reciproca mancanza.

Non è stato andare  a sbattere per caso contro l’amico comune che ci aveva presentati e che a letto ci divertivamo a imitare; non avrebbe mai saputo che era grazie a lui se potevamo ridere nudi e darci il permesso di dimenticare, un pomeriggio ogni tanto, che le nostre spalle portavano pesi che prima o poi ci avrebbero schiacciato.

Non è stato ritornare nel bar dove per la prima volta mi hai usato la premura distratta di aprire per me la bustina dello zucchero; ti avrei dato il Nobel per la pace ogni volta che ti guardavo farlo: una bustina di zucchero strappata e versata nel mio caffè era l’armistizio nella quotidiana guerra col dolore.

Non è stato neanche il sole in faccia, appena fuori dal portone alle otto di una mattina di maggio, lo stesso schiaffo che un anno fa avevo accolto come una carezza, perché andavo a prendere un treno per vederti.

Mi sono ricordata di te senza un motivo, senza una ricorrenza, senza voglia e senza nostalgia.

È stato un caso, come il nostro primo incontro.