#IlNomeDelTempo

Riempio i polmoni per fermare la stanza. Sorrido. Mi gira la testa. Ho bevuto troppo stasera.

Ogni mattina metto il cappello. Compro il giornale e bevo il caffè. Dieci minuti a piedi da casa al negozio. Alzo la saracinesca ed entro. 

Studio le persone, i modi di fare, le intenzioni, poi approfondisco le sfumature, fantasticando mestieri, azioni e scenari.

Mangio di gusto. Bevo un bicchiere di tanto in tanto e fumo una sigaretta per fare compagnia al vino.

Ho la faccia segnata, sto invecchiando. Ma non ho paura della morte, so bene che morirò.

Ho fatto i conti col tempo, ne ho perso tanto inconsapevolmente e ora lo percorro con consapevolezza. Non posso fare altrimenti.

Conduco una vita normale e non ho mai fatto nulla che valga la pena di raccontare.

C’è solo un dettaglio, uno soltanto, un istante in cui trovo me stesso.

Poggio il cappello sul tavolo, mi guardo allo specchio. Percorro con le dita le rughe e cerco negli occhi il mio nome. L’identità arbitraria, quella assegnatami alla nascita. Nome omen. O destino.

E nell’espandersi dei pensieri, nelle sinapsi che ripercorrono rinforzandole e arricchendole le logiche dell’universo, trovo l’unicità del caso, la probabilità di essere lì, in quel posto, in quel mondo e in quel tempo.

Trovo ogni giorno me stesso. Umano tra gli umani, nome tra nomi nel quale trovare l’origine, la radice. Albero che si rafforza. Genitore di genitori e figlio di figli. Frutto delle paure innate che accecano la ragione e ci rendono liberi.

Mi sciacquo la faccia e respiro profondamente. Torno a fare i giochi coi pensieri. Le liste di azioni rassicuranti: Indossare il cappello, leggere il giornale, bere il caffè, mangiare di gusto, un bicchiere di vino ogni tanto e la sigaretta per fargli compagnia. Discretamente umano, gioendo dei dettagli, delle sfumature e bramando felicità. Mi sento bene.

Ieri l’altro ho salutato il sole e mentre mi sfiorava il vento dormivo felice.