#Eva

10 Settembre 2314

Eva aprì gli occhi deliziata da quel raggio di luce caldo che le illuminava il volto. Si stiracchiò e sbadigliò come al suo solito.
Subito dopo sentì Oliver al suo fianco:
— “Buongiorno Eva!”
— “Giorno Oli… È pronta la colazione?”
— “Certo. Sempre puntuale alla stessa ora come programmato”
—”Come farei senza di te?”. Sorrise alzandosi.

Era sì giovane e piena di energie, ma allo stesso tempo avvertiva un qualcosa che non andava, un blocco, come se fosse giunto il momento di andare oltre, magari viaggiare o magari trovare una persona adatta a lei.
Mentre sorseggiava la sua bevanda mattutina, rifletteva su questi pensieri che da tempo affioravano improvvisamente, assillandola giorno e notte.
Forse era solo annoiata dalla monotonia.

L’unico compagno di vita che le era rimasto era Oliver. Era talmente ben programmato che, qualche volta, la faceva sentire meno sola. Avevano spesso delle lunghe chiacchierate e Eva era affascinata dalla complessità dei pensieri che Oliver riusciva a formulare.

—”Oliver, hai mai pensato di andartene?”
—”No, mai.”
—”Non hai mai sperimentato il desiderio di andartene e conoscere altri, magari, più affini a te?”
—”No. In tutta sincerità, non ci ho mai pensato. Sto bene qui. E poi, dove dovrei andare? Non c’è molto da vedere là fuori!”

Eva girò lo sguardo verso la finestra.

—”Qualcosa non va?”
—”Non lo so Oliver. A volte penso che mi manchi un pezzo”
—”Hai bisogno del mio aiuto?”
—”No, no. Non si tratta di un problema fisico, sto bene. Solo che…”
—”…Cosa?”
—”Noi siamo vivi Oliver, ma è come se non avessimo neanche iniziato a vivere. Io sono ancora giovane, ma non potrò durare in eterno, capisci?”

Lo sguardo di Oliver si fece più intenso, quasi impensierito.

—”Non ho genitori, e questo accade a tanti, ma ho comunque bisogno di… affetto. Sì. Ho bisogno di sentirmi amata anche io, invece comincio a percepire come un freddo dentro, una mancanza di ‘calore’, ma non il calore fisico!”
—”Calore?…” ripeté Oliver continuando a fissarla con sguardo intenso.
—”Lo so Oliver. Forse non puoi capirmi pienamente, e forse sono anche sciocca a parlarti in questo mondo, ma… io esisto, e voglio costruire qualcosa. Non voglio sparire nel nulla come se non fossi mai stata sulla Terra…”

Oliver assunse un’aria preoccupata. Si avvicinò lentamente a Eva, e con un tono di voce basso e lento le chiese:
—”Eva?…”
Eva rispose senza voltarsi a guardarlo e continuando a guardare fuori dalla finestra:
—”Che c’è?”
—”Questo… calore che senti mancare… Hai forse bisogno di una visita?”
Eva sorrise malinconica e disse, “Ma no Olivier! Ti ho detto che sto bene. Non ho nessun problema fisico.”
—”Scusami”
—”No, scusami tu Oliver. Come posso pretendere che tu capisca. Non fa niente… anzi, grazie per esserti preoccupato”
—”Ci mancherebbe”. Ma quella strana ombra che passò sul volto di Oliver non sparì.
—”Vorrei semplicemente il calore di una… famiglia. Di un figlio, perché no?”

A questo punto Oliver disse a Eva.
—”Credo che tu abbia bisogno di riposo. Riposare non può che farti bene e migliora l’umore. Mettiti comoda, mi occupo io delle incombenze della casa per oggi”
—”Oh Oliver, è gentile da parte tua. Farò come dici”, e si distese supina sul sofà del salotto, fissando il soffitto bianco.

—”Eva… stai… piangendo?”
Eva non rispose e, con quella malinconia che le si leggeva in volto, storse leggermente il labbro come risposta.

Oliver uscì lentamente dal salotto. Raggiunse il suo spazio privato. Aprì la cassaforte con l’uso dell’impronta digitale. Prese il telecomando bianco e pieno di tasti e il Manuale che gli era stato consegnato nel momento dell’acquisto. Trovò velocemente il paragrafo dei guasti, sezione G-4:

‘Qualora venisse riscontrato lo sviluppo di processi cognitivo-affettivi, attuare immediatamente le procedure di reset descritte nel paragrafo H-1, e contattare immediatamente l’assistenza per la restituzione e lo smaltimento dell’articolo.

Dopo aver avviato tramite il telecomando le procedure descritte nel paragrafo H-1, si avvicinò verso il salotto e guardò Eva, ancora lì distesa supina con quello sguardo turbato e pensieroso, mentre sfiorava con le dita la testolina del gatto che se ne stava accucciato ai piedi del sofà.

Oliver ebbe per un secondo un moto di compassione al punto di sentire un nodo formarsi alla gola.

Subito dopo però si disse “andiamo, che sciocco! Non essere infantile!”.

Digitò il codice segreto sul telecomando, premette INVIO…
Si udirono provenire dal collarino indossato da Eva, due lievi beep, seguiti da un terzo beep più lungo. Eva, istintivamente, girò gli occhi verso Oliver. In un attimo, il suo sguardo interrogativo si trasformò in qualcosa di simile alla paura, ma subito dopo si udì un leggero ronzio elettrico.
Eva spalancò gli occhi, il corpo venne percorso da uno spasmo. Poi si afflosciò sul sofà con gli occhi ancora aperti, inespressivi.

Prima di uscire dal salotto, Oliver disse freddamente fra sé e sé: “Queste dannate macchine. Adesso mi sentono quelli dell’assistenza!” e si diresse verso il telefono.

Intanto, dalla tasca di Eva, scivolò via un pezzo di carta su cui aveva abbozzato un disegno fatto con il laser. Un’immagine precisa, accurata quasi quanto una fotografia: c’era lei stessa, mentre abbracciava affettuosamente un bambino poggiando le sue labbra sulla sua piccola testa tonda… sulla testa di quello che, un errore nei processi cognitivi di una fredda macchina, rappresentava il desiderio di avere un figlio.

Il desiderio di umanità. Un’umanità ormai scomparsa da secoli e ritrovata casualmente per un errore di programmazione.