#LaDipendenza (II)

Venni in quel vicolo oscuro, un posto nascosto nel cuore di una notte torbida come l’anima che sentivo di portare dentro. Inoltrandomi, percepivo la paura ascendere lentamente facendo trasalire, una ad una, tutte le membra. Incominciai a sudare, il cuore a palpitare veloce, mani e gambe a tremare. Lì m’attendeva, come al solito, un uomo: uno sulla quarantina, la barba folta e nera, neri anche i capelli, neri persino gli occhi (oppure era il buio a non mostrarmene il colore?); un maschio burbero e rude, pure nel vestire trasandato, ma così incredibilmente bello all’ombra delle tenebre da far spavento. Vedendomi avanzare, egli avanzò: già sapeva cosa volevo, tante le volte in cui avevo richiesto lui d’appagare il mio desiderio. Iniziò a picchiarmi selvaggiamente; prima uno schiaffo, poi un calcio e ancora un pugno. Non mi stupii d’eccitarmi nel provare sul mio corpo il dolore provocatomi da quell’esplosione improvvisa di violenza. Quindi mi prese per un braccio e strinse talmente forte da darmi pena: nessuno poteva sentirmi urlare nel luogo malsano dove eravamo. Ma, lo giuro, io provavo un perverso piacere. Sbattendomi su di un muro umido tolse, stracciandoli, i miei vestiti; infine i suoi per penetrarmi con furore meschino. Il suo sesso mi faceva male, ed il male, nel sesso, era appunto ciò che ogni volta, in quel vicolo, andavo cercando, come qualcosa di cui non riuscivo a fare a meno per poter star bene, dura punizione per una colpa che, in verità, non avevo mai commessa.