#LaDipendenza (III)

Iniziò a mordersi le unghie fino a rovinarsi le dita. Era un peccato, aveva delle belle mani – pensava – ma non riusciva a contenersi: si sentiva estremamente nervoso. Preferiva, in quei casi, non parlare con nessuno, per non risultare scontroso alle persone. In alcuni momenti della giornata, la mattina appena alzato, dopo i pasti e durante le pause di lavoro, aveva dei leggeri ma fastidiosi attacchi d’ansia. Non sapeva che fare, la mente quasi gli si annebbiava dalla smania. A volte, si grattava la cute dal prurito o aveva freddo senza che lo fosse. Pativa l’emicrania. Non aveva mai sperimentato qualcosa di simile prima di allora. Cercava di respirare e tranquillizzarsi come meglio potesse, ma una sorta di vuoto lo accompagnava dal principio al termine delle sue giornate sempre uguali. Gli mancava, in realtà, qualcosa che lui sapeva non necessario, ma che, col tempo, lo era diventato; un’abitudine che, da innocua che sembrava, aveva assunto proporzioni patologiche. Erano piuttosto due abitudini, che solitamente accompagnava come fossero atti inseparabili l’uno dall’altro. Ricordava con molta chiarezza il senso di piacere nel compiere i gesti in cui faceva consistere quei riti di una religione terrena, a cui molti altri come lui sacrificavano la propria salute. Come poteva liberarsi da questa ossessione?

In nessun modo, finì per convincersi. Quindi dimenticò d’essere schiavo e, dopo mesi di astinenza, bevve un caffè lungo, mentre si accendeva sollevato una sigaretta.