#LaDipendenza (V)

“La prego, dottore” – dissi con disperazione – “mi spieghi come posso fare a oltrepassare questo stallo!”

Lo psicoterapeuta mi scrutava cercando di elaborare la soluzione migliore a quella richiesta. Aveva studiato anni e anni e praticato la psicoanalisi come fosse la sua unica ragione di vita, e spesso gli sembrava di non comprendere ancora molti aspetti della mente umana, e di non riuscire ad aiutare tante persone. Io ero certo una di quelle persone, una di quelle menti.

“Mi sento così frustrata! Quindici anni di terapia, e sono consapevole di tutto ciò che prima mi era oscuro; ho acquisito la chiarezza delle cose che stavano latenti nel mio inconscio. Mi conosco molto bene, adesso. Eppure non riesco a andare avanti!”

Mi rispose: “Immagini di trovarsi a guadare un pantano. Una volta, quello era un fiume, ma ora non ne rimane altro che melma. Quel fiume è la sua vita, e la melma è ciò che sente in questo momento. Ciò che sa, tutti quei concetti e quegli affetti che ha imparato a elaborare sono strumenti che, come una corda, le permettono di fuoriuscire pian piano. Non ha da essere impaziente. Si fidi di se stessa. Che cosa prova?”

“Rabbia, tristezza, scoraggiamento. Mi sento abbattuta, e angosciata. Ho paura di non poter liberarmi.”

Stetti a lungo in silenzio. Quindi gli dissi: “Vorrei concludere la terapia.”

Il dottore mi guardò stupito.

“Lei crede davvero di poter cavarsela da sola, senza il mio aiuto?”

“Sì” – risposi – “io voglio tentare”. E finalmente guarii dal mio male.