#Dr.Ivanov

Doveva premere solo un tasto.

Trent’anni di ricerche sarebbero sparite nel nulla.

Con esse sarebbe svanita la soluzione all’enigma che aveva attanagliato l’uomo dall’alba dei tempi.

Esitò. Si alzò dalla postazione informatica per mettersi a sedere sulla poltrona di tela, uguale a quella che aveva a casa, uguale a quella di tutti gli appartamenti dell’Unione.

Immerso nella penombra del suo ufficio seminterrato della Lubjanka, il dilemma del Dr. Ivanov sembrava non avere soluzione.

-Perché lo sto facendo?

Sasha se ne era andata da tre mesi.

Lui non sarebbe uscito vivo da li, o almeno sperava.

L’avrebbero colto in fragrante e eliminato senza troppi complimenti dopo un interrogatorio a cui avrebbe risposto puntualmente evitando la tortura, o l’avrebbero spedito a finire i suoi giorno a quaranta gradi sotto zero in un Gulag.

Lo stava facendo per Sasha?

*

L’aveva conosciuta dieci anni prima, in una sede dei Proletkult di Mosca. Era una giovane insegnante di russo in una scuola elementare. Aveva ambito alla carriera diplomatica ma una malattia l’aveva spinta ad abbandonare un percorso troppo competitivo.

Non era stato amore a prima vista, si erano frequentati saltuariamente. Un invito a cena, una serata al Bolsoj che era finita in una notte di passione. Poi lei era sparita per un mese. Quando era ricomparsa si era semplicemente presentata a casa del Dr. Ivanov con delle valigie, e non ne era uscita più.

Era il 1923. I Proletkult furono aboliti in quei giorni. Pochi mesi dopo morì Lenin. Sasha e il dr. Ivanov abbandonarono ogni attività politica, senza neanche discuterne fra di loro. Lei si immerse nello studio delle lingue e nelle traduzioni di romanzi stranieri, lui nel suo misterioso lavoro.

Vista con occhi innocenti la loro esistenza poteva definirsi borghese, dedita alla carriera e ai pochi piaceri che la Mosca dell’epoca poteva offrire a individui che comunque godevano di uno status privilegiato: il teatro, le mostre d’avanguardia, i circoli letterari. I loro problemi erano del tutto comuni a quelli che avrebbero potuto assillare del mondo capitalista, ed erano principalmente due: Sasha non poteva avere figli e di questo soffriva soprattutto il dr. Ivanov. Il lavoro del dr. Ivanov era totalmente coperto dal segreto e questo attanagliava Sasha, che spesso vedeva il compagno tornare distrutto psicologicamente dal lavoro e non poteva chiedere cosa fosse successo.

I primi due anni di convivenza passarono felici e spensierati ma il corso della storia incombeva come una bufera di neve sulle loro esistenze.

Il dr. Ivanov, a differenze di Sasha, non era stato un fervente rivoluzionario, aveva aderito più con curiosità che con convinzione al comunismo. Ma quel giorno tornato a casa scoppiò a piangere, e per la prima volta tradì il segreto che avrebbe dovuto tenere su tutto quello che ascoltava alla Lubjanka.

Trotsky era stato assassinato.

La gioia adolescenziale che aveva sempre illuminato lo sguardo di Sasha quel giorno si bagnò di pianto che la lavarono via per sempre

*

Si alzò dalla poltrona pensando a quelle lacrime. Tornò alla postazione. Doveva farlo. Doveva sacrificarsi. Inserì nuovamente i codici, di nuovo bastava premere solo un tasto, di nuovo si fermò.

Lui era uno scienziato e stava per eliminare i frutti della più grande ricerca scientifica mai compiuta dall’uomo.


Lo stava facendo per amore dell’umanità?

Lo stava facendo per il suo cuore spezzato?

*

Aveva parlato a Sasha per la prima volta delle sue ricerche due anni prima. All’inizio ne era stata entusiasta, ma quando si era resa conto che il siero dell’immortalità sarebbe servito solo a rendere immortale Josip Stalin era inorridita. I suoi occhi si erano fatti più cupi.

Presto il dr. Ivanov si rese conto che tornando a casa Sasha lo abbracciava con meno trasporto. Un giorno smise del tutto abbacciarlo.

Tre mesi prima era tornato a casa e Sasha non c’era. Al suo posto c’era una lettera lasciata sul tavolo.

Perdonami. Ti ho mentito per tutti questi anni. Mentivo a me stessa. Avevo creduto nel socialismo perché mi aveva dato un sogno che mi aveva distratto dalla mia miseria. Ma era nel sogno che credevo, non nei suoi valori. Il sogno è diventato l’incubo che viviamo ogni giorno. Ho scoperto di essere un egoista, ho scoperto di volere di più, come una qualsiasi reazionaria. Me ne vado, parto con l’ambasciatore xxx con cui ti tradisco da più di un anno. Addio, non sono mai stata degna di te.

Il dr. Ivanov, lette quelle parole, si era diretto meccanicamente verso il comodino, aveva estratto la rivoltella, se l’era puntata alla tempia ed aveva premuto il grilletto.

A vuoto.

Sasha aveva svuotato il caricatore. I proiettili erano spariti dal cassetto. Ivanov si getto sul letto. In lacrime.

*

Premere quel tasto era come premere il grilletto. Lo aveva già fatto. La vista gli si annebbiò mentre la porta dello studio si spalancava con fragore.

-Fermo scellerato!

La sagoma del dr. Malinov apparse sulla porta, una rivoltella puntata versi di lui.

-Cosa stai facendo?

-Distuggo quello che ho creato

-Pazzo fermati!

Il dito del dr Malinov era sul grilletto. Quello del dr. Ivanov sul tasto che avrebbe annullato millenni di sogni dell’umanità.

*

L’infermiere Aleksandrov aveva iniziato il suo lavoro nell’obitorio da una settimana. Non faceva altro che portare su e giù cadaveri che si non distinguevano più, corpi di vecchi, corpi di belle donne, corpi di assiderati. Puzzavano tutti allo stesso modo, salvo gli ustionati che per fortuna erano pochi. Oggi per la prima volta gli avevano portato un morto ammazzato. Era quasi a fine turno quando notò un foglietto sul pavimento, tra una barella e l’altra.

Sasha, amore mio, forse tu non hai creduto nel valore dei tuoi sogni, ma io che sognavo solo te oggi ho sacrificato la mia vita per viverli fino all’ultimo respiro. Non potevo permettere che la mia opera potesse essere usata da un pazzo egocentrico per permettergli di dire eternamente IO. Avremmo dovuto dire eternamente NOI, ho continuato a farlo da solo e questo era l’ultimo gesto che mi restava. Perdonami

Lo stracciò buttandolo nel cestino.