L’aquilone nella nebbia

Diario di una sconfortante desolazione


“Forse non esistono nemmeno amici buoni o cattivi, forse ci sono solo amici, persone che prendono le tue parti quando stai male e che ti aiutano a non sentirti solo. Forse per un amico vale sempre la pena avere paura e sperare e vivere. Forse vale anche la pena persino morire per lui, se così ha da essere. Niente amici buoni. Niente amici cattivi. Persone e basta che vuoi avere vicino, persone con le quali hai bisogno di essere; persone che hanno costruito la loro dimora nel tuo cuore.”
cit. “IT”, Stephen King


È da un po’ che ci penso: ma io sono sempre stato così isolato dagli altri?

Mi sono posto più o meno frequentemente questa domanda dopo sei mesi dal primo lockdown di marzo 2020, quando ho iniziato a sentire il peso della solitudine dovuto all’isolamento, uno degli effetti collaterali della pandemia.

La realtà è che sì, anche prima del caos globale non ero una di quelle persone socievoli che hanno mille attività settimanali e che sono circondate e ricercate da decine di amici. Diciamo che il mio motto è sempre stato “pochi ma buoni”. O forse risulto noioso, antipatico, strambo o chissà cosa ai più e quindi non allaccio facilmente rapporti interpersonali, ma a me piace credere che non sia così e quindi ignorerò questa possibilità, anche perché la trovo dura cambiare me stesso oltre la soglia dei 30 anni. Per dovere di cronaca è anche giusto dire che diverse delusioni passate mi hanno portato a filtrare le amicizie in maniera molto più scrupolosa.

Ecco, così suona meglio.

Non fraintendetemi, non è che non abbia amici. Li ho. Pochissimi, ma ci sono. Anzi, mi mancano perché per essere miei amici vuol dire che hanno superato quei filtri scrupolosi e che sono perfino in grado di sopportarmi, ma è innegabile che la pandemia (ci mancava solo questa) abbia finito per darmi una bella bastonata anche sotto questo punto di vista. Nel mio caso, il tutto risulta accentuato dall’effettiva lontananza fisica perfino dal posto in cui lavoravo e che frequentavo tutti i giorni, cosa che tra l’altro non mi ha permesso di coltivare amicizie dove oggi sono invece “confinato”.

Dal primo lockdown, come tutti, sono rimasto fisicamente isolato, e quelle poche persone (non tutte, ma quasi) che vedevo più o meno regolarmente… beh, non le vedo più da quasi due anni!

La maggior parte di loro ha giustamente una vita propria su cui concentrarsi, infatti sono in gran parte fidanzati o sposati, e io… irrimediabilmente single! Ora ci starebbe bene la frase “sono single perché sono uno spirito libero” o svariati altri luoghi comuni, ma risparmiamoci l’ipocrisia e siamo sinceri: pur avendo la mia famiglia vicina, se non fossi stato single probabilmente avrei sopportato molto meglio il tutto e magari, come mi sembra stiano facendo la gran parte di coloro che conducono una vita di coppia, me ne sarei stato nella mia tana con l’eventuale compagna fregandomene, più o meno, degli altri e dei casini là fuori. Ma anche qui, non voglio generalizzare troppo.

Il problema vero è che il fatto di avere pochi amici in concomitanza con la pandemia, il lockdown e l’allontanamento fisico dal luogo di lavoro (e non solo) sono risultati essere la ricetta perfetta per farmi sentire del tutto alienato, abbandonato a me stesso.

La cosa peggiore non è tanto la distanza fisica, ma quella mentale.

Immaginate una nave alla quale viene legato un aquilone a poppa. La nave viaggia, e più aumenta la velocità più l’aquilone si alza e si allontana dalla nave. Poi però la nave entra in un banco di nebbia, e quell’aquilone si vede sempre di meno finché scompare nella nebbia fitta. Dopo non molto nessuno se ne cura più (tanto non lo vedono neanche), e con il passare del tempo la corda si rovina e rischia di spezzarsi facendo perdere definitivamente all’aquilone il contatto con la nave. L’aquilone verrà inesorabilmente trascinato altrove dal vento, perendosi.

Ecco, io mi sento un po’ come quell’aquilone: forzatamente allontanato e lentamente (ma neanche troppo) svanito e dimenticato da chi un tempo era un contatto regolare. E sono lì, invisibile, in mezzo alla nebbia. Mi sembra quasi di vedere la cordicella dell’aquilone che inizia a sfilacciarsi. 

Mi rendo conto che questo faccia parte della naturale evoluzione della maggioranza di quei legami che chiamiamo “amicizie” e che invece la pandemia ha rivelato essere “amicizie deboli” (sigh), con l’aggravante che in tempi di pandemia il tutto avviene bruscamente, con la stessa delicatezza di uno schiaffo in faccia. I rapporti non mutano gradualmente come in circostanze normali, e ci si ritrova all’improvviso dimenticati da tutti.

Tra l’altro questo apre anche a un’altra domanda: ma se le persone prese da altro mi hanno “dimenticato” dopo un po’ di lontananza, erano davvero amici o qualcosa di quei filtri che ho usato non ha funzionato? Perché ovviamente quando parlo di amici, anche se magari non erano amici d’infanzia (non credo di averli mai avuti), mi riferisco alle persone alle quali tenevo di più e con le quali intrattenevo un rapporto di amicizia più o meno regolare. Inoltre, viviamo nell’era di internet dove è possibile essere presenti con una persona lontana senza avere bisogno di tempo. È anche chiaro che non è necessario mandare ossessivamente messaggi all’altra persona per far percepire la propria presenza, come è altrettanto vero che se ci si rende conto di essere gli unici a iniziare chiacchierate virtuali con scarsa o assente iniziativa dall’altra parte, qualche dubbio legittimo sopraggiunge. C’è chiaramente una scelta dall’altra parte: quella di spostare l’attenzione altrove per un motivo o l’altro.

Ma ci sta anche questo!

Sono un fermo sostenitore del libero pensiero e dell’onestà: è meglio fare quello che ci sentiamo di fare in tutta sincerità, anche se potrebbe offendere l’altra persona o allontanarla, anziché fare forzatamente qualcosa solo per avere la coscienza a posto e apparire buoni agli occhi dell’altro. In soldoni, se non si ritiene una persona interessante o non va più a genio per qualche ragione, è giusto e salutare prendere le distanze.

Questo mi porta a pensare che il problema potrei semplicemente essere io. O meglio: o mi sono reso una persona poco interessante agli occhi degli altri, oppure mi ero creato aspettative più alte del dovuto per poi rimanere deluso nello scoprire che avevo toppato alla grande. In entrambi i casi, il sempliciotto sono stato io.

Ma parliamoci chiaro. Pandemia a parte, la mia situazione porta chiaramente alla sindrome dell’“amico di serie B”, che può essere sintetizzata in quelle amicizie buone ma sacrificabili o delle quali, al bisogno, se ne può fare facilmente a meno. Peccato che a mettere in atto questa scelta sia sempre l’altro/a, mentre io subisco.

Magari dovrei semplicemente imparare a concentrarmi di più su me stesso anziché dare troppa importanza alle relazioni interpersonali. Così però si rischia il cinismo…e il cinismo è il male. Quindi neanche questo va bene e cerco di evitarlo entro certi limiti (anche perché, purtroppo, non mi viene naturale… maledetto altruismo!).

Conclusioni:

  • È una situazione assurda per tutti, ma vissuta in maniera estremamente soggettiva da ognuno. Nel mio caso non nascondo il senso crescente di isolamento e abbandono, e non è affatto piacevole.
  • La pandemia, il lockdown e l’isolamento generale hanno funzionato come rivelatori di situazioni non immediatamente visibili (o volutamente ignorate).
  • Forse dovrei imparare a valutare meglio le amicizie, magari in maniera più oggettiva.
  • Non mi piace sentirmi un peso. Se mi rendo conto che all’altro/a non vado più a genio perché ha scarsa iniziativa nel farsi sentire nonostante i miei sforzi, dopo un po’ smetto anche io di provarci. Le relazioni di ogni tipo richiedono la partecipazione di ambedue le parti, altrimenti finisco per sentirmi addirittura poco gradito e petulante.

La vita è già troppo complicata per una mente semplice come la mia (che però non smette di pensare, ‘sta bastarda!) …ci si è messa pure la pandemia!

Nota personale: Trovati una ragazza.

Metto un po’ di musica che è meglio. Prendo le cuffie, premo play e parte “The Greater Good” dei NIN… e con queste note oscure che risuonano in testa, mi viene voglia di un brindisi con me stesso, anche se nello scaffale ho solo un amaro (come la vita, ironia della sorte).

Salute.